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Il ruolo del traduttore: mediatore fra mondi diversi ed esploratore appassionato della propria lingua

Tradurre è un impegno solitario e metodico, dedicato esclusivamente alla ricerca delle equivalenze tra i vocaboli di due lingue? In questo articolo, Giustina ci descrive il traduttore da una diversa prospettiva: un viaggiatore che si avventura in territori sconosciuti per rendere possibile l’incontro e il dialogo fra mondi e culture diverse, e che sul suo percorso incontra un’opportunità unica per esplorare la natura e la dimensione della sua lingua madre.

Fin da piccola, l’amore per le lingue straniere ha rappresentato per me una sorta di stella polare, agendo come un faro che illuminava il mondo di sorprese e magia, aggiungendovi affascinanti strati di complessità. Compresi molto presto quale potesse essere il vantaggio di parlare e leggere lingue diverse, e di certo fui molto fortunata perché, oltre ad imparare la mia lingua madre, l’italiano, iniziai anche a familiarizzarmi con lo spagnolo e l’inglese. Eppure, dopo un po’ queste iniziarono a non bastarmi. Qualcosa di strano si agitava dentro di me: la smania continua di giungere a padroneggiare sempre più idiomi e di poter avere accesso a conoscenze che altrimenti sarebbero rimaste inevitabilmente precluse. …


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Pardon my French! — ces expressions étrangères qui nous donnent du fil à retordre

Certaines expressions étrangères nous laissent parfois pantois, même lorsque nous sommes persuadés de connaître une langue sur le bout des doigts. Julia, notre traductrice française qui explore les différents continents tout au long de l’année, partage ici quelques anecdotes rigolotes, nous montrant ainsi que les mots les plus simples renferment parfois de grands secrets.

J’ai la chance de voyager aux quatre coins du monde depuis une dizaine d’années maintenant, autant dans un cadre professionnel que personnel. J’ai donc eu l’occasion d’explorer des pays dont j’ignorais tout de la langue à de multiples reprises. …


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My unexpected and miraculous discovery of Sri Lankan traditional medicine

All adventurous travelers seek to escape their everyday reality and get swept off their feet by the unusual and the exotic — but sometimes it happens in ways they don’t expect. For example, when you’re having a perfect day at the beach and some unknown creature decides to sting your foot, which starts swelling up like a balloon, with the nearest hospital 50 kilometers away. Eddie recounts how his concept of ‘first aid’ changed for good during his trip to Sri Lanka.

I’m pretty sure I’m not a hypochondriac. Really, I’m not. Of course, when I travel, I take some basic medicine with me, just to make sure I don’t run into problems that could slow me down. It’s usually just a bit of Ibuprofen, Aulin, antihistamines, paracetamol, something against mosquitoes (to prevent a problem), tablets against malaria (to treat said problem), arnica for inflammations, sunscreen (to prevent a problem), Aloe Vera cream (to treat said problem) — and that’s most of it, really. …


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La mia imprevista e provvidenziale scoperta della medicina tradizionale in Sri Lanka

Tutti i viaggiatori avventurosi cercano di sfuggire alla loro realtà quotidiana e di essere sorpresi dall’esotico e dall’inconsueto. Ma cosa succede quando, durante una giornata perfetta in spiaggia, un animale sconosciuto decide di pungerci, il nostro piede comincia a gonfiarsi come un pallone da calcio e l’ospedale più vicino dista 50 chilometri? Eddie ci racconta come il suo concetto di “pronto soccorso” sia decisamente cambiato durante il suo viaggio in Sri Lanka.

Non credo di essere ipocondriaco. Davvero. Però quando viaggio porto sempre con me alcune medicine di base per assicurarmi che non ci siano problemi che possano rallentare il mio cammino. Normalmente Ibuprofene, Aulin, antistaminici, Paracetamolo, qualcosa contro le zanzare (pre), delle pasticche contro la malaria (post), arnica per le infiammazioni, crema solare (pre), crema di aloe vera (post), di solito coprono le mie necessità. …


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That time I made peace with myself at last — in front of a plate of pasta

For some of us, accepting who we are and where we came from is the struggle of a lifetime. Eddie tells us how learning to make homemade pasta can unexpectedly become a rite of passage — and acceptance.

Abruzzo is a strong land. Rugged. Towering. It’s the kind of place you see in those car commercials that talk about force, endurance, strength — with its desolate valleys between jagged peaks, no trees, only meadows for sheep and horses to graze. These places inspired many a medieval tale and mystical legend — but for me, for so many years, they only inspired the great desire to escape. I wanted nothing to do with Abruzzo. I had an agreement with it; let’s call it a common understanding: I would stay until I was 18, setting up my plans for a better future — one far away, out in the big city. Abruzzo was only my launch pad — or rather the Earth itself, pulling me back, keeping me from launching off to a better life that I could almost see up there, calling me with its shining lights. …


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Quando feci la pace con me stesso di fronte a un piatto di pasta

Accettare chi siamo e da dove veniamo per alcuni rappresenta l’arduo compito di una vita. Eddie ci racconta come imparare a fare la pasta fatta in casa può trasformarsi inavvertitamente in un rito di passaggio e accettazione.

L’Abruzzo è una terra forte e imponente, una di quelle regioni che si vedono continuamente nelle pubblicità delle auto che sono sinonimo di forza e resistenza, con quelle vallate desolate fra le montagne rocciose, senza alberi a decorarle, solo prati per il pascolo delle pecore e cavalli. Luoghi che hanno ispirato racconti medievali o leggende mistiche ma che per tanti anni in me hanno provocato solo il grande desiderio di scappare. Io dell’Abruzzo non volevo sapere niente: avevamo un accordo di pace, ci sarei rimasto fino ai 18 anni per preparare i miei piani di un futuro migliore, lontano e metropolitano. L’Abruzzo era il trampolino di lancio, se non l’ostacolo, per una vita più luccicante. …


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Why porous borders give birth to multiple identities

‘Border’ is, without a doubt, one of the defining words of our times. In this article, Giustina shares another vision of what borders could be, seeing them as fascinating windows towards the unknown, and mirrors in which one can see the contradictions on both sides.

Most people think of a border as something that closes off and sets limits — but for me, the word has always had the opposite meaning: an opening, a key to the discovery of other possible worlds. …


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Perché i confini permeabili generano identità multiple

Il confine è una delle parole chiave dei nostri tempi. In questo articolo, Giustina condivide un’altra visione dei confini, concependoli come un’affascinante finestra verso lo sconosciuto, ed uno specchio su cui troviamo riflesse le contraddizioni di entrambi i lati.

Nonostante la sua demarcazione prevalente di chiusura e delimitazione di territori, il confine ha per me sempre assunto il significato opposto, ovvero quello di apertura, di chiave per la scoperta di altri mondi possibili. …


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¡Que viva México! — May Mexico live on forever! The Mexico of my childhood, through multicolored memories, cajitas de muertos and nostalgia

Is it true that each culture can be a treasure trove for all humanity? Giustina confirms this hypothesis for us by recounting stories from her childhood summer vacations in Mexico, which marked her for life, giving her a taste for lively colors, a passion for traditional markets and a particular way of thinking about death.

My recollections of Mexico are burned into the innermost sanctum of my memory. They are intertwined with the extraordinary experiences from my childhood, the discovery of the most vivid and colorful of life’s hues, those times that would forever alter the way I imagined the exotic and the way I appreciated beauty and color, and that would create in me the ever-present need to come into direct contact with the most authentic humanity and the most luxuriant nature. …


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¡Que viva México! Il Messico della mia infanzia fra ricordi multicromatici, cajitas de muertos e nostalgia

Sarà vero che ciascuna cultura rappresenta un tesoro per l’intera umanità? Giustina lo dimostra in questo articolo, in cui ci racconta di come le vacanze estive della sua infanzia, trascorse in Messico, le abbiano lasciato un marchio indelebile: un gusto per i colori vivaci, una passione sfrenata per i mercatini tradizionali e un modo particolare di concepire la morte.

I miei ricordi messicani appaiono iscritti in maniera radicata nello spazio più sacro della memoria indelebile. Essi si intrecciano ad alcune esperienze straordinarie della mia infanzia, alla scoperta delle tonalità più vivide e colorate della vita, quelle che segnarono per sempre il mio immaginario esotico, le mie aspettative estetiche e cromatiche, e crearono il bisogno di instaurare un contatto diretto con l’umanità più sincera e con la natura più rigogliosa. …

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