Il ruolo del traduttore: mediatore fra mondi diversi ed esploratore appassionato della propria lingua

Il ruolo del traduttore: mediatore fra mondi diversi ed esploratore appassionato della propria lingua

Tradurre è un impegno solitario e metodico, dedicato esclusivamente alla ricerca delle equivalenze tra i vocaboli di due lingue? In questo articolo, Giustina ci descrive il traduttore da una diversa prospettiva: un viaggiatore che si avventura in territori sconosciuti per rendere possibile l’incontro e il dialogo fra mondi e culture diverse, e che sul suo percorso incontra un’opportunità unica per esplorare la natura e la dimensione della sua lingua madre.

Fin da piccola, l’amore per le lingue straniere ha rappresentato per me una sorta di stella polare, agendo come un faro che illuminava il mondo di sorprese e magia, aggiungendovi affascinanti strati di complessità. Compresi molto presto quale potesse essere il vantaggio di parlare e leggere lingue diverse, e di certo fui molto fortunata perché, oltre ad imparare la mia lingua madre, l’italiano, iniziai anche a familiarizzarmi con lo spagnolo e l’inglese. Eppure, dopo un po’ queste iniziarono a non bastarmi. Qualcosa di strano si agitava dentro di me: la smania continua di giungere a padroneggiare sempre più idiomi e di poter avere accesso a conoscenze che altrimenti sarebbero rimaste inevitabilmente precluse.

Un grande stimolo in questa direzione fu costituito da un dizionario multilingue che mio padre mi regalò all’età di sette anni: si trattava di un testo alquanto “sperimentale” ed altresì pratico: ogni termine era tradotto in dodici lingue europee, tra cui l’esperanto, di cui scoprii l’esistenza in quel momento, e che mi affascinò come una specie di utopia archetipica. Fu quello per me l’inizio di uno splendido percorso che mi portò a studiare più di una dozzina di lingue nel corso dei successivi vent’anni, l’avvio di un viaggio verso la conoscenza di me stessa, alla scoperta delle molteplici possibilità di declinazione del mio pensiero.

La traduzione è forse davvero una forma di tradimento, come ha affermato Umberto Eco: del resto la radice delle due parole in latino è la medesima. Se il grande studioso ha posto l’accento sulla questione dell’adattamento di concetti e contesti da una lingua all’altra, potremmo invece azzardare come essa rappresenti, positivamente, anche una forma di “tradimento” della propria unicità: sia di colui che traduce, sia di colui che viene tradotto. Così, chi riesce a padroneggiare lingue diverse ha un privilegio enorme e allo stesso tempo una responsabilità sociale estremamente rilevante: spetta a lui infatti il compito di mediare fra culture diverse, tradurre pensiero e culture altrui nella propria lingua, contribuendo a rendere manifeste le ulteriori potenzialità del proprio codice culturale. Allargare gli orizzonti nazionali significa così aprire le porte a qualcosa fino a prima nascosto che, “perturbando” la nostra fissità culturale, ci svela un nuovo aspetto di noi, rendendoci esplicita l’estraneità nella familiarità.

In passato, vi furono momenti in cui si manifestò in maniera particolarmente intensa una vera e propria “sete di traduzione”: uno di questi, forse il più esemplificativo, a cui ho dedicato la mia tesi di laurea triennale, fu il periodo della prima metà del XIX secolo in Germania. Johann Wolfgang Goethe elaborò in tale contesto la sua specifica visione utopistica di “letteratura mondiale” la Weltliteratur, imbevuta di valori di cosmopolitismo, che si rivelava come una genuina apertura all’altro, in una crescente sensibilità a livello universale verso le creazioni culturali delle nazioni straniere. La Weltliteratur implicava dei benefici per la lingua e la letteratura tedesca stesse, in quanto queste, rendendosi mezzo privilegiato di scambio attraverso il fiorire delle traduzioni da lingue straniere, entravano in contatto con un vasto tesoro di forme e fonti culturali proveniente da altri paesi. In tale concezione, la formazione e lo sviluppo di una cultura propria nazionale doveva necessariamente passare per un’attività di traduzione, cioè per un rapporto intensivo e deliberato con l’estraneo, il diverso. I tedeschi, secondo Goethe, erano un popolo capace di riconoscere i meriti altrui proprio in quanto le traduzioni erano parte essenziale della loro letteratura e cultura.

Paradossalmente però, in quegli stessi anni, il celebre filologo Jacob Grimm elaborava una sorta di “teoria dell’intraducibilità” in seguito alla sua opera di traduzione di una raccolta di poesie serbe di Vuk Stefanović Karadžić. Dal momento che contenuto e forma di una poesia risultavano così essenzialmente legati, affermava Grimm, essi non potevano essere strappati via uno dall’altra e, di conseguenza, qualsiasi traduzione aveva minima possibilità di riuscita. Grimm rimase sempre insoddisfatto delle sue traduzioni delle poesie serbe, osservando come esse non potessero essere paragonate alle originali dal momento che “ciò che vi è di più bello in una poesia risulta intraducibile”. Attraverso la mia tesi, sono giunta ad aumentare ulteriormente tale paradosso, dal momento che ho trasposto il significato di tale opera di traduzione culturale in una lingua ancora diversa, quella mia italiana di appartenenza.

In un atteggiamento diametralmente opposto a quello di Grimm, in una sua splendida poesia degli anni ’30 del ‘900, Osip Mandel’stam auspicava che i suoi versi venissero tradotti in lingue minori dell’allora Unione Sovietica come il tataro e il samoiedo. Con tali parole, il grande poeta russo lasciava intendere quanto sarebbe stato importante per la sua creazione poetica aprirsi ad una sorta di “metamorfosi”, in particolare in direzione di culture minoritarie come quelle citate. A questo proposito, è importante osservare come le lingue delle società dei paesi economicamente svantaggiati appaiono “più deboli” in rapporto alle lingue occidentali, le quali hanno maggiore capacità di manipolarle. Per tale motivo è estremamente importante studiare e tradurre lingue “minoritarie”, ed è con tale consapevolezza che, dopo aver studiato molte lingue “occidentali” dominanti, ho deciso di incanalare la mia passione verso quelle in una certa misura “subalterne” dell’Europa orientale, il cui sapere non viene abbastanza richiesto dall’Occidente.

Come afferma Talal Asad nel suo splendido saggio sulla traduzione citando Walter Benjamin[1], l’atteggiamento del cosiddetto “Nord del mondo” verso le lingue più svantaggiate è sempre stato quello di germanizzare l’indiano, il greco, invece di indianizzare o grecizzare il tedesco, in quanto il rispetto per gli usi della propria lingua è sempre stato troppo grande per lasciarsi scuotere ed influenzare dallo spirito e dalla lingua dell’opera straniera. Invece ciò che si dovrebbe imparare a fare è guardare criticamente alla propria lingua grazie al rapporto con un’altra, e capire fino a che punto essa possa assumere forme inusuali: oltrepassarne i limiti, sconnetterla e riconfigurarla. Tale processo di traduzione non è affatto semplice, ma la soluzione potrebbe trovarsi nel promuovere il più possibile buone traduzioni dalle lingue del “Sud” o dell’“Est” del mondo, che possano influenzare in maniera profonda le nostre coordinate culturali.

Si può essere amanti smisurati della propria terra natia non rinunciando alla possibilità di guardarla con occhi diversi, nuovi, consci della vastità e della bellezza di orizzonti stranieri. Ma il confronto ha senso solo se l’incontro con l’alterità è motivato da una reale messa in discussione del proprio punto di partenza, che può avvenire attraverso l’apertura di un “senso alieno” verso le categorie del nostro universo culturale. Secondo me è questo l’insegnamento più importante che si può trarre dal rapporto con la diversità culturale in senso lato, dal rapporto diretto con un’altra lingua: farsi intimamente influenzare da essa, acquisire un’ampiezza di vedute fin prima irraggiungibile, rendere l’Altro soggetto attivo nella nostra vita, ascoltando con la massima cura come egli ci parli.

Giustina Selvell.

[1] Asad, Talal, “The Concept of Cultural Translation in British Social Anthropology”, in: Clifford, James & Marcus, George, Writing Culture: The Poetics and Politics of Ethnography, University of California Press, 1986, pp. 141–164.

Scritto da Giustina Selvell

Pubblicato dalla nostra cara Project Manager Katerina.

Maggiori informazioni sui nostri servizi di Copywriting e Traduzione su .txt

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store